I nostri tempi e la tecnologia

Cos’è veramente la tecnologia? L’internet, i social media la comunicazione istantanea? Sì, ma c’è una filosofia al di là di questo. La tecnologia moderna ha guadagnato spazio nella scienza, nella società e nell’essere. Ma lei aiuta o rende più difficile la formazione? Noi la creiamo e controlliamo oppure lei ci ricrea e ci controlla? Siamo quelli che veramente siano nella tecnologia? O siamo dei prigionieri?

 

La parola tecnologia, etimologicamente, in modo semplice, è la fusione dei termini greci tekhne e logos. Tekhne non era, per i greci, la tecnica in senso ridotto. La tekkhne voleva dire non solo la pratica, ma la conoscenza sottostante la prattica, la disciplina relativa ad un’attività, compresa quella artistica. Già il termine logos voleva dire qualcosa come discorso, descrizione, studio, testo. Sarebbe la parola, il verbo, insomma, la parlata, il discorso proveniente dallo studio, dalla riflessione sull’oggetto. Tecnologia, allora, o “il logos della tekhne” sarebbe la descrizione, il discorso sulla tecnica e sull’arte, viste come la conoscenza dell’essenza, come idealizzazioni.
Il greco pensava alla Tekhne come conoscenza, una disciplina. E ‘stato l’obiettivo da raggiungere, l’ideale della produzione prima dell’attività. Già l’attività pratica, la produzione, era poiesis, e non sarebbe mai stato una copia perfetta della Tekhne. Il Tekhne era l’obiettivo teorico di produzione, che trascendeva il reale e il possibile.
Il pensiero moderno, che sorge con il Rinascimento e nei suoi principali esponenti come Bacon e Descartes, avviando nel contempo la questione del “sogno tecnologico”, un modo di vivere che faciliterebbe la ricerca della felicità e della conoscenza, paradossalmente lo esaurisce. La tecnologia viene fondata come una scienza, trionfa sui valori e finisce per acquisire valore di per sé, un valore assoluto e feticistico. Questa concezione moderna non confonde solo la scienza e la tecnica, ma la scienza, la tecnica e l’essere, perché la tecnica e le sue richieste diventano guide delle nostre azioni come una società. Scienza e tecnica si fondono e si confondono.
Nel suo “Discorso sulle scienze e le arti”, il filosofo Jean-Jacques Rousseau prova a dare un responso alla domanda: in dubbio se il restauro delle scienze e delle arti, a suo tempo, il XVIII secolo, contesto storico che conosciamo come la modernità, ha contribuito alla purificazione dei costumi. Rousseau risponde con enfasi negativamente perché, secondo lui, la scienza e le arti moderne non sostengono o non contribuiscono alla formazione di un uomo virtuoso.
Rousseau chiarisce, durante il discorso che la sua concezione della virtù è vicina a quella che aveva il filosofo Socrate nella Grecia antica. Credeva soprattutto nella virtù professata da Socrate. Nominandolo come uno dei pochi studiosi che hanno resistito ai vizi, Rousseau dimostra, nello stesso discorso, come Socrate ha criticato le persone che si consideravano saggi, e, quando sollecitati, non riuscivamo a dimostrare la loro conoscenza o arte, diventando così come i peggiori ignoranti.
La voglia di sapere della società, lo sforzo di cercare la conoscenza serve per stupire gli uomini, portare questa dipendenza dal potere, potenziare la scienza e le arti come re, che ci mette in come soggetti o schiavi. Rousseau, come Socrate, è convinto che la verità non può essere concepita, e che se il desiderio di farlo è ancora più vero e filosofico, deve iniziare con il riconoscimento che non si sa nulla e che la ricerca sarà infinita.

Il tipo di mentalità tecnicista che ha fondato la conoscenza moderna, il materiale scientifico diventa conoscenza dimostrabile da prove pratiche. Cioè, la conoscenza teorica può essere giudicata giusta o vera se così dimostrato nella pratica umana. Questo tipo di mentalità stabilisce la consapevolezza del soggettivismo e rende il sapere, prima libero, ostaggio dell’uomo. L’uomo nel moderno discorso positivista, ora è “libero”, ma solo se si seguono regole o metodi pratici ben delineati. Cioè, una libertà illusoria. Questo l’uomo moderno può dimostrare quello che crede o desidera che sia vero dall’esperienza e cos’ poter dire che ha dimostrato la verità. Vale a dire, il reale e la natura diventano gestibili, controllabili dall’uomo.
Ora, in questo contesto, l’uomo diventa padrone del mondo. Dopo tutto, non è questo il desiderio dell’uomo moderno? Ma questa libertà ha molti limiti, e questi limiti finiscono per prendere possesso di essere, nello stesso modo e nella stessa misura in cui l’uomo cerca di prendere possesso della natura.
La tecnologia moderna e contemporanea è il più grande esempio di questo e ora diventa il luogo di questo errore concettuale. Se essere non più può apparire, quel che compaiono sono le rappresentazioni. Si forma lo spettacolo. Lo spettacolo sociale è l’evoluzione della rappresentazione. La società moderna, soprattutto dopo il consolidamento della mentalità capitalistica sviluppa le sue rappresentazioni a vivere per loro. È il trionfo totale della tecnica sull’essere. Nella società del capitale, essere un cittadino non è virtù. Il “virtuoso” e “felice” individuo è quello che ha ricchezze accumulate, per lo più “innovazione tecnologica” e denaro.
La vita sociale finisce allora su un grande palcoscenico dove gli attori – gli uomini – rappresentano una sorta di tipo perverso, in continuazione, cercando gli applausi, la soddisfazione di se stessi e del pubblico. Si deve rappresentare per piacere, perché solo così sarà considerato, che è diventata la felicità stessa. Con la tecnologia moderna completamente legata all’ideale della vita, la tecnologia diventa, come detto, anche il luogo dell spettacolo. Il lettore attento, a leggere questo, certo, ricorderà di alcune pagine di Instagram, alcuni messaggi su Facebook o l’incredibile mania dei tali selfie. I social network sono piccoli nodi di una rete di grandi dimensioni. Ma dicono molto su questo paradigma filosofico che incontra la tecnologia e la società.
Già superato il vecchio cliché “avere è più importante che essere.” Oggi, vediamo che più di valorizzare l’avere, lo sforzo è “neanche avendo, sembrar avere.” Guarda a caso la professione di consulente SEO.
La domanda viene senza sforzo: c’è una via d’uscita? Sembra impossibile che emergano “nuovi Socrate”, ma allo stesso tempo è impossibile continuare a vivere nella rappresentazione del mondo tecnologico. Quale strada? Continuo a credere che la speranza risiede nello sviluppo umano. La contraddizione è presente in tutto il processo dello spettacolo. E nel campo della formazione, è presente in modo più intenso. Questo stesso processo può portare dentro di sé il suo opposto.
Cosa manca? Lo stimolo formatore, la forza educativa che dimostri che la tecnologia è creazione umana e può agire partendo da altre basi. Dobbiamo pensarci bene, recuperare la dimensione filosofica, etica e politica della tecnologia.
Quando la desiderata libertà si trasforma in nuove carceri, l’essere continua ancora eclissato, con la sua luce oscurata da una grande ombra, come nella caverna di Platone. In effetti, questa è la conclusione che possiamo raggiungere: ancora abitiamo la grotta del mito di Platone. Un’altra grotta, ora con la luce artificiale, TV e aria condizionata. Una grotta piena di tecnologie che la rendono nostra dimora al suo interno, e per facilitare la nostra visione guardare le ombre. Cosa fare? Ruotare il collo, verso la luce.
E ‘sempre più necessaria un reinvenzione filosofica della tecnologia.

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